
“Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”. (Inferno cit. XXVI canto, vv. 119/120)
Questo dice Ulisse, ma non nell’Odissea… bensì è farina del sacco dantesco…
Dante, infatti, nella Divina Commedia, scrive anche di personaggi della mitologia classica: lo ha già fatto con Caronte e lo farà anche con Ulisse nel canto XXVI° dell’Inferno.
Voglio parlare di questo canto in particolare perchè ci insegna come Dante vede la mitologia classica, ci insegna come, secondo il poeta, sarebbe dovuta finire l’Odissea e soprattutto ci trasmette la sua passione per la letteratura.
L’innovazione che Dante porta è quella di parlare di un evento di cui nessuno mai aveva parlato, di narrare una storia di cui nessuno mai aveva narrato: Dante scrive della morte di Ulisse.
Il poeta arriva nell’VIII° cerchio, precisamente nell’VIII° bolgia dove sono puniti i consigli fraudolenti (cattivi consiglieri); questi erano avvolti dal fuoco e l’attenzione di Dante si rivolge a una delle fiamme e allora chiede a Virgilio chi vi si celi all’interno; fu così che Dante incontrò Ulisse e ascoltò il suo racconto dal momento in cui l’eroe greco decise di lasciare Circe spinto dal desiderio irrefrenabile di scoprire il mondo…”E de li vizi umani e del valore”(Inferno cit. XXVI canto, v. 99). Dante immagina che Ulisse racconti di essersi messo in mare “Sol con un legno e con quella compagna picciola da la qual non fui diserto”(Inferno cit. XXVI canto, vv. 101/102) (Cioè solo con una barca e una piccola compagnia, quella dalla quale non si era separato). L’eroe decide allora di andare verso le “colonne d’Ercole” (lo stretto di Gibilterra) che ai tempi erano considerate la fine del mondo. La scelta di Ulisse gli fu fatale. Infatti dopo mesi di navigazione, per mano di Dio, si scatenò una tempesta che fece girare 3 volte la barca fino a farla affondare “Infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso”(Inferno cit. XXVI canto, v. 142).
Dante con solo 52 versi riesce a raccontare ciò che nessuno aveva mai raccontato, riesce a stravolgere la conclusione del poema omerico e riesce, ancora una volta, a suscitare una forte emozione nel lettore.
Nicolò Blu Barbini



